Il nostro porto: le origini

 

E' risaputo che il porto di Anzio sia stato nell'antichità maestoso e prestigioso. Le dimensioni del cosiddetto Porto Neroniano, costruito con maestria in età imperiale, sono tali da far pensare ad una intensa attività commerciale e ad uno sfarzo che solo un imperatore avrebbe potuto concedersi. E' quindi opinione comune che la storia di Anzio debba coincidere con quella di Roma, sia repubblicana che imperiale.

In realtà la storia di Anzio e del suo porto è molto più antica ed affonda le sue radici nella notte dei tempi durante la quale l'agro pontino iniziò ad essere popolato dall'uomo, e già nell'antichità in questa area si era realizzata la fusione tra mare e territorio con il porto a far da cerniera, anche se non di porto in senso moderno possiamo parlare e tantomeno di città. Ma il mare era quello di oggi, con le sue burrasche, le sue calme, le sue correnti, le onde, i venti ed i suoi orizzonti.

Chi guarda verso sud oggi, dalla zona del faro, in una giornata di Settembre dopo una libecciata e nella leggera brezza di terra che ne fa seguito, mentre all'orizzonte si stagliano i  profili del promontorio del Circeo, dell'isola di Ponza e Palmarola, vede esattamente ciò che avrebbe potuto vedere un uomo di diecimila anni fa. Se poi l'osservatore lo immaginiamo qualche migliaio di anni più indietro, sopra una zona di arenaria che costituisce un piccolo promontorio tra due insenature laterali che delimitano un porto naturale, quest'uomo sta scrutando l'orizzonte sopra il Cenon.

Il Cenon, l'antico porto di Anzio, nella stessa sede in cui i romani avrebbero edificato il tempio della Dea Fortuna ed in seguito sarebbe stata costruita Villa Sarsina. Quello è il mare, quelle le onde, quello il vento e le nuvole. E allora via alle imbarcazioni sulla spiaggia, vanto di una tradizione mai più sopita, via a raggiungere Palmarola, ad un giorno di navigazione, per portare la preziosa ossidiana, la pietra nera che li si estraeva e alimentare una raffinata industria litica che consentiva scambi commerciali con la Grecia, la Sicilia, il mondo etrusco e tutta la civiltà tirrenica.

E via alle barche per compiere quel prodigio che ancor oggi a distanza di migliaia di anni possiede lo stesso significato ieratico di allora che è la pesca. Un cacciatore vede le sue prede, le segue sul territorio mentre lasciano tracce visibili e le affronta. Un pescatore non vede, immagina, utilizza tecniche e rappresentazioni che ne fanno uno stratega antesignano di un uomo moderno e torna al porto con le reti gonfie del suo operato e del suo impegno.

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